Tre partite sono un campione limitato per trarre considerazioni definitive. Ma in tre partite con Darius Johnson-Odom al comando la Vanoli sembra aver cambiato volto. E DJO sta avendo le migliori cifre nella sua carriera da “pro”, se non si considerano le due stagioni spese in D-League appena uscito dal college.

Tra Caserta, Torino e Venezia, Johnson-Odom a febbraio ha viaggiato infatti a 17.3 punti, 4.7 assist, 4.3 rimbalzi, 1.7 recuperi e 5 falli subiti di media, con il 60% da due, il 52.9% da 3 e 19.3 di valutazione media, con l’unico neo del 50% dalla lunetta, costante nella sua carriera. Ma la sorpresa è che, nonostante il grande potenziale offensivo mostrato in Campania, non sembra dover essere necessariamente un primattore: dopo i 16 tiri dal campo presi al PalaMaggiò, ne ha presi 16 in totale nelle successive due gare, sapendo mettersi al servizio della squadra.

Chi è Darius Johnson-Odom? Anzitutto, è una delle 137 persone al mondo che può dire di aver giocato con Kobe Bryant ai Lakers. La sua storia d’amore con i Lakers era un po’ nel destino sin dall’anagrafe, quando la madre gli affibiò il secondo nome Earvin in onore del grande Magic Johnson. L’avventura vera e propria cominciò nel 2012 quando, scelto al numero 55 del draft NBA dai Mavericks, accarezzò per poche ore l’idea di giocare insieme al suo amico e compagno di squadra a Marquette Jae Crawford (scelto da Dallas nello stesso draft) prima di essere ceduto ai losangeleni.

L’esperienza durò una stagione da dentro-fuori (4 gare in regular season) con gli affiliati D-Fenders della D-League, una parentesi in Russia allo Spartak San Pietroburgo e un training camp in cui salì alla ribalta per una schiacciata contro i Denver Nuggets che fece sobbalzare in panchina anche un avversario, Kenneth Faried.

Finì, invece, in Cina. Solo all’apparenza bruscamente. Perché se è strano tagliare un giocatore durante una tourneé asiatica in preseason, è altrettanto vero che Darius aveva in mano da una settimana un’offerta dai Sichuan Blue Wales da 400mila dollari. E la colse al volo, anche perché i Lakers gli fecero capire chiaramente che non avrebbe fatto parte del roster.

Un mese e quattro partite dopo, DJO era di nuovo a fare pentole e coperchi in D-League, a Springfield: 22 punti e 6 assist di media a partita, 41 in una partita per riscrivere il record di franchigia, una chiamata dai Philadelphia 76ers (3 gare) e ritorno. Da lì, l’Europa: l’Italia e Cantù, centrando i playoff, la Turchia con il Trabzonspor e l’esperienza ai massimi livelli continentali con l’Olympiacos.

Così, oltre ad aver giocato con Bryant, Darius può dire di aver diviso lo spogliatoio con uno dei più grandi della pallacanestro europea, Vassilis Spanoulis. “Se Kobe pensava 24 ore alla pallacanestro, Spanoulis andava anche oltre” ha rivelato appena arrivato a Cremona con gli occhi pieni di ammirazione per due compagni da cui ha tratto grandi insegnamenti.

Quello più importante, però, lo ha in testa sin dai tempi dei workout precedenti il draft NBA, quando fu chiamato a rispondere ai dubbi sul suo ruolo, gli stessi che lo accompagnano ancora oggi in Europa. “Un sacco di gente dice che non posso giocare play. Altri dicono che non ho la stazza per giocare da guardia. Hanno ragione, non posso contraddirli. Ma alla fine trovo sempre un modo per vincere”.

Ufficio stampa
Vanoli Basket