QUAL È IL MIO RAMMARICO PIÙ GRANDE

Alle 5 del mattino leggo l’intervista di Aldo su La Provincia.

So già tutto, so come la pensa, so quello che ci siamo detti, quello che sta succedendo ed è accaduto, conosco i fronti sui quali stiamo da tempo combattendo, sento addosso quanto è accaduto da febbraio in poi.

Eppure la rileggo, un’altra volta.

Il peso più grande che sento dentro, non è malinconia per i ricordi, bellissimi ed adrenalinici anche, o forse, soprattutto nelle difficoltà, nelle incomprensioni e in tutti quegli ostacoli che su più fronti abbiamo cercato di superare, spesso con successo, con fantasia, mai senza fatica e orgoglio e che questa volta sembrano davvero chiuderci in una morsa.

Il peso più grande che sento dentro, oggi, è il futuro mancato.

2003, l’anno in cui siamo entrati nel mondo del basket.

2003, una delle prime generazioni  “fatte in casa”, nella casa della nostra società. Una casa senza muri, senza mai un domicilio certo anche se proprio ora avevamo trovato una soluzione idonea insieme all’amministrazione, una casa moderna, qualcosa di diverso dalla morbosità di certi attaccamenti; “fatta in casa” significa un’educazione.

L’educazione è ciò di cui tutti siamo sempre andati fieri di voi e il criterio col quale sono stati scelti i vostri allenatori.

L’educazione che ci hanno riconosciuto pubblicamente anche in un torneo internazionale come quello di Hong kong, 4 anni fa o nell’esperienza della Rowan university in queste ultime estati. Gli attestati di stima degli organizzatori dei vari tornei, Genova, Parma, Ivrea e tanti altri per l’alto livello di educazione sportiva che avete sempre dimostrato sono il trofeo più importante che mi avete regalato e che resterà sempre nel mio cuore, ragazzi.

La dispersione di un potenziale educativo, è questo che oggi più mi pesa.

Non vi racconto che senza la prima squadra nella massima serie sarà la stessa cosa.

Non sarà la stessa cosa.

Giocherete, crescerete, vi divertirete ancora, quando, prima o poi, la pandemia che ci ha travolti finirà;  sarete sempre amici e compagni di squadra.

Ma non è vero che sarà la stessa cosa.

Tutto quel bagaglio fatto di formazione tecnica e non solo, di confronto con le figure più importanti della pallacanestro nazionale e non solo, allenatori, giocatori, staff, preparatori fisici…

Spesso durante le partite della prima squadra vi guardavo. Guardavo come ”prendevate appunti” dai vostri “amici” della prima squadra. Appunti di tecniche di gioco, di strategie, di forma mentale. Esperienze che la prima generazione ha avuto e adesso che era pronta a rimboccarsi le maniche, non avrà più un campo. Non intendo da gioco.

Parlo di uno step che ora poteva e doveva iniziare: stage di gestione e amministrazione di una società sportiva, marketing, comunicazione, video, fotografia, merchandising, allestimenti… so che  molti di voi avevano chiesto di fare lo stage scolastico. Oggi non sappiamo più neppure quando e se ci saranno ancora. La nostra prima generazione era pronta. Adesso.

A diventare grande e ad imparare cosa è una società sportiva, non solo una squadra.

La mattina in cui Meo ha scelto di andarsene ho pianto. Ero mortificata perché era il preludio del fatto che vi era stato rubato un sogno, il sogno che lo sport sia una favola.

No, non è una favola. Anche se c’è stato un momento in cui l’abbiamo creduto.

È innanzitutto educazione, collaborazione, corretto utilizzo delle risorse, spirito di gruppo e di sacrificio, etica del lavoro duro e dell’onestà.

Questo è una società sportiva.

I lustrini restano fuori, agli altri, a chi è meno addentro alle cose.

Il basket è uno sport che tende al cielo… vi abbiamo insegnato a guardare oltre, ragazzi, a non restare attaccati all’orticello delle convenzioni e alle radici della banalità, ad uscire dalla confort zone, quante volte Beppe ve lo ha detto, ma a spiccare il volo, come ha fatto Antonello, certo, ma come mi auguro molti di voi faranno, verso altri campi, non solo da gioco.

Ora, i primi tra voi erano pronti.

Per imparare dalla Bea quanto lavoro si fa anche dietro alla scrivania perché tutto funzioni, da Ottavia la comunicazione sui social, da Davide i progetti e gli incontri di marketing, da Mauro l’importanza di avere cura di tutti, dai ragazzi di Pro Cremona la creatività delle nuove tecnologie; da Dario il valore della collaborazione, da Checco, Marco, Luca e Andrea l’organizzazione del settore giovanile; da Paolo, Michele, Pietro e Daniele e Franco l’importanza di esserci sempre, comunque, a disposizione per risolvere ogni problema; da Stefano la cura del campo, da Jacopo, Cocco e Benny ad avere cura del vostro corpo, a conoscere voi stessi e i vostri limiti, ad alzare pian piano l’asticella con la perseveranza e la pazienza; dai vostri allenatori la dedizione ai più giovani… e quante altre figure dimentico ora, importanti, tutte, affinché il sistema funzioni.

Ecco, il rammarico più grande, oggi, è quello di non potervi far frequentare “l’università dello sport”, come invece per l’impegno, la dedizione, la “buona educazione” che avete sempre avuto avreste meritato.

Sono sicura però, che tutto quanto avete respirato in questi anni, vi resterà.

Non so come andrà a finire, e vi scrivo oggi, proprio perché la parola fine non è ancora stata incisa. Posso solo assicurarvi che ognuno di noi ce l’ha messa tutta.

Siate sempre come il falco: non cedete alle lusinghe della facile faziosità, state con la testa alta, non perché non dobbiate essere sempre umili, ma per guardare sempre avanti, verso il cielo.

Grazie, ragazzi

1 2 3 Vanoli!

 

Ruth