Pallacanestro ma anche scuola, Italia ma senza dimenticare il Congo e con la testa agli Usa. Nicola Akele, 23 anni, ha già alle spalle tante storie da raccontare. «Quella più bella però deve ancora arrivare» ci dice il nuovo lungo della Vanoli sorridendo.

Finalmente arriverà in serie A e con un ruolo da protagonista.
«Sono molto contento. Sono banale se dico che non vedo l’ora di iniziare? Ma è la verità. Il mio obiettivo era quello di poter trovare spazio in una formazione del massimo campionato. Ho fatto una stagione di livello in serie A2 a Roseto e credo di essermi meritato questa possibilità. Direi che, viste le offerte, anche altri la pensavano così…».

Perchè ha scelto proprio la Vanoli?
«Perchè a Cremona c’è una progettualità seria. Cercavo una realtà solida e che avesse le idee chiare. La Vanoli credo sia l’ambiente ideale e la squadra giusta per me. Ho voglia di crescere ancora. Ho conosciuto coach Meo Sacchetti con la Nazionale sperimentale e mi ha fatto subito una bellissima impressione. Non nascondo che anche questo ha indirizzato la mia scelta».

Avrà l’occasione di mettersi in luce anche per la Nazionale maggiore.
«Anche questo è un obiettivo. Quello che conta è sempre lavorare e fare bene. Spero di poter dare il mio contributo e farmi notare il più possibile dal coach».

Ora è negli Usa.
«Sì, sono qua per laurearmi e credo di riuscirci ad agosto. Mi manca solamente un esame. Qualche anno fa ho provato questa avventura al college di Rhode Island sia per studiare che per giocare a pallacanestro. Sono tornato in Italia con un anno di anticipo, ma ora sono pronto per chiudere il mio percorso sui libri. È stata una bella esperienza che mi è servita moltissimo».

Come ha trovato la NCAA?
«Un campionato molto diverso dal nostro. Qua c’è molto più atletismo e meno fase difensiva. C’è parecchio individualismo».

Cosa ha imparato in America?
«A definirmi come giocatore e capire che tipo di professionista sarei potuto diventare. Il livello è molto alto e quindi ci sono stati anche momenti difficili. In campo e fuori tutto è molto diverso, l’impatto può essere complicato. Non ho mai mollato e tutto mi è servito per migliorare. Adesso ho un’idea precisa su quello che posso dare e in che direzione lavorare per poter migliorare».

Si sente un’ala grande o una piccola?
«Nasco ala piccola, diciamo che ora mi reputo un 3-4 eclettico. Nel college ho quasi sempre giocato da quattro e qualche volta anche da cinque. Insomma, tanto gioco interno e pochissimo fuori dall’area. Rientrato in Italia a Roseto mi ero messo in mente di tornare alle origini e giocare da ala piccola. Ma dopo anni in un ruolo diverso non è stato facile. In questo senso è stato molto importante coach Germano D’Arcangeli. Ha fatto in modo che ritrovassi il giusto feeling, senza perdere le caratteristiche da ala forte. Nella gara posso fare entrambi i ruoli ora e se serve anche il pivot tattico. Sono a disposizione a seconda delle esigenze nei quaranta minuti».

Qual è la sua qualità migliore?
«L’intensità. Sono uno che in campo dà sempre il cento per cento. Sono uno che ama lottare e che spesso riesce a coinvolgere i compagni trasmettendo grande energia. Spero di riuscirci anche a Cremona».

Lei è italiano, ma con origini africane.
«Ne vado fiero. La mia famiglia arriva da Kinshasa, la capitale e la maggiore città della Repubblica Democratica del Congo».

Ha seguito la Vanoli?
«Molto. È una squadra che mi ha impressionato nel corso della stagione. Ho visto tutte le partite della Coppa Italia facendo il tifo. Parliamo di una squadra che ha saputo stupire tutta l’Italia con il suo gioco e con i suoi risultati senza aver speso cifre folli. Una volta saputo l’interesse nei miei confronti ho cercato di seguire in modo più dettagliato le partite».

Cosa l’ha colpita?
«Il gruppo. Si capiva nettamente che c’era una sintonia perfetta. In campo queste cose fanno la differenza. Speriamo di poter ripetere la cosa anche nella prossima stagione».

di Fabrizio Barbieri
Fonte: La Provincia di Cremona