Vanoli-Milano-111014-15-682x1024Il coach della Vanoli, che ha festeggiato il traguardo con un prezioso successo a Reggio Emilia, racconta come è cambiato il basket, punge gli italiani e confessa di avere un sogno nel cassetto: ”Vincere uno scudetto”

di Nicola Apicella

Mille panchine festeggiate con una vittoria, pesantissima, in trasferta. Cesare Pancotto, lei si è fatto un bel regalo e Cremona si è presa i primi due punti della stagione a Reggio Emilia, sul campo di una delle big del campionato.
”Riuscire ad arrivare a mille panchine è stata una festa, tagliare il traguardo con una vittoria è stato il massimo. E’ un percorso di cui sono orgoglioso in tutte le sue fasi, oggi ho lo spirito del ragazzino e la testa dell’adulto”.
Se lo ricorda l’esordio?
“Certo, sulla panchina di Porto San Giorgio nella stagione 1984-985. Vincemmo di uno a Mestre”.
Proprio come sabato scorso a Reggio Emilia.
“Ci ho pensato. Si vede che tra mille partite dovrò rivincere ancora di un punto”.
La più bella tra le mille?
“Ci sono state panchine che mi hanno dato grandi soddisfazioni, altre dove non sono andato benissimo. Tutte però hanno avuto un’importanza fondamentale, ho dato tanto e ricevuto in egual misura”.
Ma c’è una partita che vorrebbe rigiocare?
“Quello sì. E’ l’ultimo derby di Bologna, l’ultimo in assoluto (stagione 2008-2009). Io sulla panchina della Fortitudo, sconfitta di un punto con un canestro da otto metri di Vukcevic praticamente sulla sirena finale. La vorrei rigiocare, per una questione di orgoglio, personale e per quello che rappresenta quella partita per i tifosi della Fortitudo”.
Mille panchine spalmate in una carriera lunga oltre 30 anni. Come è cambiato il basket durante questo percorso?
“E’ cambiato nel regolamento, nell’organizzazione, nella fisicità e negli interessi. Trent’anni fa sul pullman della speranza, come lo chiamo io, si giocava a carta e si leggeva Topolino, oggi si è in contatto con tutto il mondo, si lavora sull’Ipad, si ascolta la musica dalle cuffiette. Non c’è un meglio o un peggio, c’è un oggi che dobbiamo vivere, giocatori che prima ad agosto si presentavano con la pancetta mentre oggi arrivano in ritiro già in perfetta forma. E’ un mondo diverso in cui saper comunicare è diventato fondamentale, basti pensare che prima l’acquisto di un giocatore era annunciato dalla società con un comunicato, oggi invece è lo stesso giocatore a farlo su twitter”.
In che modo invece è cambiato il ruolo dell’allenatore?
“Abbiamo capito che il mondo stava cambiando, che bisognava competere e che non potevamo fermarci a quello che era il valore intrinseco che avevamo conquistato fino a quel momento, che il posto in panchina insomma non ci spettava solo perché allenatori italiani. Ci siamo aggiornati, ci siamo messi a studiare l’inglese, abbiamo capito che competitività e meritorietà sarebbero state le due fasi successive per andare avanti”.
Che momento vive il basket italiano?
“Il nostro basket ha delle potenzialità assolute, basta vedere la crescita del numero di spettatori ma anche quanta pubblicità viene fatta con un pallone di basket e un canestro. Negli ultimi anni però ci siamo fermati più a fare diagnosi che a trovare le cure. Abbiamo pensato che la cura principale fosse solo quella di limare sempre più le spese, in realtà avremmo dovuto e dobbiamo tirar fuori delle idee. Il primo passo? Tornare a creare giocatori di scuola italiana ma spiegare loro che lo spazio in campo devono meritarselo e non pretenderlo perché italiani. E lo dice uno che si batte per gli italiani perché ce ne sono tanti e bravi”.
Due partite, una sconfitta a testa alta con Milano e il successo a Reggio Emilia. Che ruolo vuole recitare Cremona?
”Lo scorso anno abbiamo ricevuto il premio per il miglior comportamento del pubblico, quest’anno ci piacerebbe prendere quello del coraggio. Il budget è stato ridotto, abbiamo sposato un progetto nuovo (il 5+5) puntando su giovani o giocatori cui dare la possibilità di dimostrare cosa valgono. Vitali è il perno su cui abbiamo fatto ruotare questa squadra, è l’esperienza, la certezza, un punto di riferimento per una squadra giovane. Hayes? A Reggio si è caricato la squadra sulle spalle e ha messo la ciliegina sulla torta. Degli americani è quello con maggiore esperienza in Europa arrivando da una stagione in Israele. Bell e Clark sono due rookie, Ferguson giocava lo scorso anno in Lega Gold ed è retrocesso. Sappiamo quali sono i nostri limiti e dove possiamo arrivare. Io amo i miei giocatori, gli dico di rischiare, di andare sopra le righe ma l’importante è che capiscano il percorso che stanno facendo e che cerchino di migliorarsi”.
Che campionato è?
“Siamo ancora all’inizio, tutte le squadre hanno fuori il cartello ‘work in progress’. Credo ci saranno due spread differenti. Uno molto marcato tra le prime e chi lotterà per non retrocedere, un altro molto ridotto tra la prima e la decima e tra la sedicesima e la dodicesima”.
Superato il tagliando delle mille panchine qual è il prossimo obiettivo di Pancotto?

”Quando ho iniziato a fare l’allenatore facevo programmi di cinque anni, oggi vivo alla giornata. Ma un obiettivo lo conservo, vorrei vincere uno scudetto e non smetterò mai di provarci”.

Leggi l’articolo di Nicola Apicella su Repubblica.it: Basket, da Porto San Giorgio a Cremona. Le mille panchine di Pancotto