Sul tiro da tre, nella disputa tra innovatori e puristi, Meo Sacchetti è il più dantoniano dei coach del basket italiano. Il ct azzurro sta guidando Cremona al più incredibile campionato della sua storia mutuando in Lombardia il credo che a Sassari portò uno storico scudetto. La Vanoli tira 30.1 volte da tre a partita (col 35%, nona miglior percentuale), come nessun’altra in Serie A. A Meo, e a Mike D’Antoni, allenatore di Houston, piace così.

Sacchetti, il tiro da tre è il marchio di fabbrica delle sue squadre: è un sistema che lei impone a prescindere o che nasce dagli uomini a disposizione?
«Prima di tutto devi vedere che giocatori hai, capire le loro caratteristiche. Io non sono mai stato un tiratore ma avrei tanto voluto esserlo: forse è questa la ragione per cui mi piace questa soluzione. Penso alla reazione del pubblico a un canestro da fuori, all’esaltazione che genera in un giocatore, all’effetto che può produrre
in un tentativo di rimonta».

I puristi del basket però non impazziscono per l’abuso del tiro da 3.
«Ma la pallacanestro è bella perché è varia. Uno fa quello che pensa, quello che gli piace, e spera di avere dei
risultati. Si fa un po’ troppa polemica e forse facciamo troppa filosofia».

Lei ha vinto uno scudetto a Sassari nel 2015 con un gioco spensierato, una sorta di run-and-gun, modello
D’Antoni.

«A Sassari avevo però anche Lawal, che tirava “per sbaglio” da 3 punti. Oggi se hai dei lunghi che prendono soluzioni dall’arco li sfrutti. Il segreto è avere molti uomini capaci di fare molte cose diverse in campo».

Cosa fa di un giocatore un buon tiratore?
«La mentalità, la capacità di crederci. Non basta nascere tiratori: è sempre e comunque una questione di allenamento».

È un dettaglio su cui lavora molto anche a Cremona?
«Dedichiamo al tiro una parte consistente delle nostre sedute di allenamento. È la base. Poi diventare un supertiratore è questione di carattere. L’importante è fare sempre delle buone scelte nel corso di un’azione, la differenza tra un buon tiro e una forzatura è molto labile. Bisogna saper anche rischiare».

Un giocatore come Harden con lei giocherebbe sempre, dunque.
«Harden si allena, è forte in questo, poi certo non difende, ma quanti direbbero: non voglio Harden perché non difende? Il pubblico giovane ha bisogno di questo».

Come sta cambiando il basket rispetto a quello dei suoi tempi, quello di trenta-quaranta anni fa?
«Ora è molto più veloce, ci sono atleti migliori. Aumentando la velocità è sempre più difficile trovare buone letture e buoni passaggi e il passaggio è la cosa più importante in assoluto nella pallacanestro. Se trovi i buoni
passaggi, coltivi anche migliori tiratori. Perché loro riceveranno palla smarcati, ben posizionati sul terreno, con un timing migliore».

Cosa comportò negli Anni 80 l’introduzione del tiro da 3?
«Ero giocatore quando venne introdotto il tiro da tre: la prima stagione feci pochissimi tiri. Poi andando avanti iniziai a prendere più tiri da fuori. Ma una volta nemmeno si vedeva qualcuno schiacciare. L’evoluzione è in tutti questi dettagli. Siamo in epoca di maggiore raffinamento di tutto quello che è il basket».

Nell’eterna disputa tra chi sostiene che l’Eurolega sia vero basket e l’Nba un circo, lei come si colloca?
«L’Eurolega è più avvincente della Nba, l’Nba più divertente in tv, per i giovani. Per quanto riguarda la didattica del basket, l’Eurolega è una pallacanestro di più alto livello dal punto di vista tattico, quindi maggiormente formativa. Ma se in tv c’è Houston-Golden State, magari di playoff, da lì non mi si schioda».

Fonte: La Repubblica, martedì 29 gennaio 2019
Autore: Cosimo Cito